Basso Sr. Marcella

Pubblicato giorno 4 gennaio 2021 - Missioni, Vocazione

Ho ricevuto la prima formazione cristiana nella mia famiglia, che viveva una fede semplice e profonda. La parrocchia di Cittadella era lontana dalla contrada dove abitavo e noi bambini non potevamo raggiungerla, perché non c’erano i mezzi di trasporto. Il cappellano, Don Augusto, perciò veniva a insegnare il catechismo a noi bambini nella nostra contrada. Non essendoci una chiesa, ci riuniva   a casa mia. A volte celebrava anche la S. Messa vicino al capitello della Madonna, situato davanti casa e fatto costruire dai miei nonni in ringraziamento al   Signore per il ritorno dei suoi figli dalla prima guerra mondiale. Tutti sentivano il bisogno di avere una chiesa al Pozzetto, ma la situazione economica era critica.

AvBasso Sr. Marcella (2)evo un grande desiderio di condividere con gli altri la fede e l’amore del Signore che si prende cura di ciascuno di noi per nome. Non riuscivo a capire in che modo esistenzialmente potevo tradurre questo forte desiderio.

Personalmente sentivo forte in me il grido dei poveri dell’Africa, ma non sapevo come concretizzare questa chiamata. Partecipando alla celebrazione dell’ordinazione sacerdotale di un missionario comboniano della mia stessa contrada, ho intuito che la congregazione delle missionarie comboniane (allora conosciute come Pie Madri della Nigrizia) poteva rispondere alla chiamata.

Sono entrata nella congregazione per prepararmi a questa grande opera. Ho seguito la prima fase della formazione nel postulandato di Verona. Sono stata inviata poi a Londra per la seconda fase, il noviziato. Nel 1961 ho emesso i primi voti e nell’ottobre del 1963 sono partila per il Cairo e sono stata assegnata alla comunità dell’Ospedale Italiano Umberto I.

Gli inizi sono stati un tempo di ascolto delle diverse culture, tradizioni. Questo atteggiamento mi ha permesso di cogliere il bello di questo popolo e in particolare il senso di ospitalità. Dare ospitalità, come cibo e bevanda, è abbastanza facile, ma ospitare il diverso nel nostro mondo, nel nostro modo di pensare e di vedere è molto più difficile perché esige la disponibilità a perdere qualcosa per accogliere il nuovo e iniziare un’opera creativa di intreccio tra il proprio mondo abituale e il nuovo.

Ho lavorato per tanti anni in vari reparti, ospedali e scuola…, mi ricordo che una donna musulmana ci disse: «il giorno in cui voi suore andrete via da questo ospedale, non vedremo più leBasso Sr. Marcella (3) espressioni dell’amore di Dio».

Il servizio infermieristico è stato un’occasione di vero incontro e di dialogo esistenziale con il mondo musulmano. Nel momento del dolore fisico o psichico le barriere delle razze, delle culture, delle religioni vengono annullate e ci si sente uniti nel comune denominatore: la dimensione umana.

Dando uno sguardo a ritroso nella mia vita vedo la mano del Signore, del Buon Pastore che mi ha accompagnata nelle varie tappe che, io stessa, non avrei mai sognato quando ho intrapreso la mia avventura vocazionale. Nei momenti difficili è stato il mio bastone per appoggiarmi, per tastare il terreno e imboccare la strada giusta, per allontanare i pericoli.

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